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Ombre sulla manovra: i segreti notturni di Palazzo Madama

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Una Finanziaria in tempi record, come mai era accaduto prima. L’impegno bipartisan per l’approvazione della manovra per il pareggio del bilancio al 2014 ha avuto esito favorevole: 312 voti a favore, 280 contrari. Disco verde anche alla Camera: la manovra è legge. Ma qualcosa si è mosso in Commissione Affari Costituzionali e Bilancio a Palazzo Madama nella notte tra mercoledì e giovedì, prima che il decreto passasse ufficialmente in aula per l’approvazione e alla Camera per il via libera decisivo di Montecitorio. Qualcosa che per volontà delle autorità è sfuggito alle telecamere, alle luci dei riflettori e all’attenzione dell’opinione pubblica, concentrata sugli aspetti fiscali della norma da cui, come pure era prevedibile, sarebbe stata più direttamente colpita. I Senatori, in seduta notturna e clandestinamente, lontano da tutti i partiti politici, hanno rimuginato sui tagli ai costi della politica previsti nel testo originale della manovra così come predisposto da Tremonti, e li hanno bocciati. Lo rivela un articolo di Franco Bechis, apparso ieri mattina su Libero, passato relativamente inosservato ma dettagliato abbastanza perchè possa essere fatta luce sullo scempio ancora una volta commesso dalla Casta alle spalle del paese su cui parassita. La sforbiciata prevista sulle indennità parlamentari è stata rifiutata in blocco, con la sola eccezione di Francesco Pancho Pardi dell’ Idv, favorevole ad una sostanziale riduzione degli stipendi dei parlamentari. Ma non è tutto. Il capitolo della manovra relativo alle decurtazioni dei costi della politica non è stato dichiaratamete e apertamente bocciato. Un abile artificio formale messo a punto da un quanto mai saldo binomio maggioranza-opposizione per aggirare le conseguenze di una evantuale approvazione del provvedimento pur mantenendo il voto favorevole, ha fatto salvi non solo gli stipendi ma anche tutti i privilegi dei parlamentari ovviando anche al rischio di figuracce e accuse di ostruzionismo. In prima battuta i Senatori hanno votato per il “nulla osta vincolato ad alcune osservazioni” sul testo generale, per assicurare alle proprie tasche una tutela preventiva in caso di voto favorevole, in seconda battuta sui vincoli apposti ai tagli. Ma quali sono queste osservazioni? In primo luogo, pochi sapevano – forse solo gli addetti ai lavori – che il decreto originale proponeva l’uniformazione degli stipendi dei parlamentari italiani a quelli europei, alias: la riduzione degli stessi. Non c’è stato il “No”, né il veto esplicito: solo “osservazioni”, un concorso di formule limitative e di vincoli alla possibilità dei tagli alle indennità che ne fanno praticamente un provvedimento inattuabile, che andrà semplicemente ad allargare le maglie dell’ipertrofico tessuto legislativo dell’ordinamento italiano. Un capolavoro diplomatico di ipocrisia. L’unica, inevitabile, e tuttavia improduttiva (per noi) ingenuità: il sottile escamotage è pubblicato pedissequamente, nella sua intera formulazione, nei resoconti del Senato.  E’ qui che, ad esempio, si leggono le dichiarazioni di Marilena Adamo del Pd, secondo la quale “la definizione del trattamento economico debba tenere conto del costo della vita che è diverso da un Paese all’altro dell’area euro”, ergo: alla luce dell’ incalzare dell’inflazione in Italia, i costi della politica non possono essere abbattuti.  Francesco Sanna del Pd ha invece sfornato il cavillo della ponderazione in base alla “consistenza demografica dei diversi Paesi”, che in un Paese sovraffollato come l’Italia, ha il sapore del veto. Raffaele Lauro del Pdl ha invece auto il coraggio di lamentare come la questione dei costi della politica “sia affrontata con modalità improprie, così alimentando la pubblicistica antiparlamentarista che produce una pericolosa disaffezione dei cittadini nei confronti delle pubbliche istituzioni e dei suoi rappresentanti”, mentre Andrea Pastore del Pdl ha fatto appello a voci di “difesa del prestigio del parlamento e della dignità della funzione parlamentare, gravemente lesa da campagne diffamatorie che non rappresentano la realtà e alimentano sfiducia nelle istituzioni e in chi le rappresenta”, poiché, hanno spiegato Barbara Saltamartini  e Giuseppe Saro, anch’essi del Pdl, “l’indennità parlamentare è infatti un istituto necessario per assicurare a deputati e senatori autonomia e indipendenza, e per scongiurare il rischio che alla vita politica accedano soltanto i titolari di redditi particolarmente elevati”. Ed in effetti del misfatto non è stata fatta pubblicità alcuna, nè la stampa si è occupata di diffondere la notizia, una volta venuta alla luce. La Finanziaria 2011 non è solo un provvedimento iniquo, una ruberia, che spreme le tasche già semivuote di un popolo stremato dalla crisi, ma è anche un imbroglio, un segreto, una marachella, l’espressione della peggiore Italia che si prende gioco dell’Italia onesta. Ma gli Italiani, i lavoratori, gli elettori pentiti, dove sono? Siamo forse un popolo di domati, di indolenti, che mai si ribelleranno alle ipocrisie degli ingiusti? E non valga l’attenuante della rinuncia: non c’è interesse che possa giustificare l’omissis che ancora una volta insabbierà la vergogna che accompagna i nostri indegni rappresentanti. La repressione, la censura, la tirannia, mali che un tempo si abbattevano con le armi e col sangue, sono oggi celate dietro il volto beffardo della democrazia, una democrazia formale, populista, una tirannia subdola e per ciò stesso estremamente infida e pericolosa, non lontana dalla deriva del totalitarismo moderno, quello che Luigi Pirandello definirebbe “la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà”.

Roberta Di Mauro

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